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Ecco il resoconto della nostra ultima avventura secondo Carlotta.

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RESOCONTO DEL CAMPO DI LAVORO IN ROMANIA, IN UNA GIORNATA COL CIELO ROSSO RIGONFIO DI PIOGGIA, CHE TARDA A SCENDERE PER BAGNARE LA TERRA.

Il viaggio Ospedaletto - Prislop dura la stanchezza di 2 giorni di pulmann, tutti credono k il campo sia già iniziato, invece tutto cambia nel giro di poco tempo, appena giunti sotto una fitta coltre di alberi nel bosco rumeno, in pendenza, sotto il sole che cuoce a fuoco lento.
Inizia a prendere forma la catena di montaggio umana…tronchi, rami, rametti passano di mano in mano per raggiungere la catasta là in cima. Il primo giorno, che in realtà è il terzo dalla partenza in piazza, il lavoro è serrato e di legna se ne raccoglie molta, ma non è ancora chiara la funzionalità di quella raccolta.
Tornati a casa sul carretto fatto di assi di legno messe alla bene e meglio, ma legalizzate da una serie di targhe, ci si lava a turno in una delle due docce che ci sono a casa di padre Ireneo. L’acqua calda funziona grazie a uno scaldabagno a legna.
La casa di Ireneo è tra le più ricche di Prislop. Nel bagno oltre alla doccia, c’è anche una tazza, proprio come quelle italiane, gli altri abitanti usufruiscono di una casetta di legno, al centro un buco, dentro vi lascio immaginare cosa c’è! Si inizia a intuire l’utilità di quella legna che andrà bruciata durante i mesi invernali.

Il secondo giorno di campo noi giovanissimi occidentali, abituati a dare anziché condividere (testuali parole di padre Ireneo) ci imbarchiamo sul nostro pulmann italiano alla volta di un grande parco con l’erba alta e le giostrine arrugginite. Tappa, prima di arrivarci: un orfanotrofio.
Salgono alcuni bambini, di età diversa. Sorridono per via dell’insolita situazione e non lasciano trasparire tristezze di alcun genere. Si affezionano con facilità, il problema della lingua si sbriciola dietro all’efficienza di parole come “mulzumesk”, “cuplacere”, “notte buna”, che noi italiani abbiamo imparato in 2 giorni di Romania. Loro sanno dire “ciao”, “grazie” “arrivederci”. Tutto il resto è fatto di gesti e sorrisi.
Nessuno ci ha detto cosa si deve fare, ci sentiamo liberi di farli giocare come meglio crediamo, solo dopo pranzo ci impegniamo in giochi di gruppo. La giornata ormai è finita, ci sediamo a cerchio, stretti attorno a chitarre e djembe per il solito repertorio di canzoni “ho bisogno d’incontrarti…dietro ai volti sconosciuti…amatevi l’un l’altro…nebbia e freddo…”, che ogni volta hanno suono e un significato nuovi.
Si torna in corriera, il tempo sfugge di mano, la sera in chiesa le riflessioni personali si perdono in lacrime: c’è chi le piange e chi le tiene strette dentro.

La chiesetta di Prislop è un piccolo gioiello d’arte sacra. L’oro imperversa ovunque, perché ovunque ci sono dipinti.
Appena entri vieni intimorito dalla presenza del Cristo Pantocratore, con le braccia aperte, ma il volto severo. Padre Ireneo ci dice, però, che ognuno di noi vede la serenità o la tristezza sul volto del Cristo a secondo del proprio personale stato d’animo. Tutto attorno la chiesa è avvolta dalla narrazione in immagini dei momenti salienti della vita di Gesù. Nella fascia inferiore delle stesse pareti laterali la schiera dei santi venerati dalla chiesa cattolica romena che, ricordo, è di rito orientale.
Nel centro della navata al limitare delle sedie per i credenti e l’altare, riservato solo al sacerdote e ai chierichetti, si trova un leggio dalla simbologia molto forte. Un’aquila coglie subito l’attenzione di chi entra, forse non tutti sanno che è il simbolo di un evangelista, Giovanni.
Su ogni spigolo del leggio, attorno all’aquila, 4 pomelli, ognuno con il simbolo di un evangelista: leone, aquila, angelo e bue.
Sul tronco verticale c’è un bassorilievo messo lì a ricordare le origine della religione cattolica: un candelabro a 7 braccia, evocativo della religione ebraica.
Sul fondo invece una serie di 7 quadri, dipinti dalla stessa mano delle altre immagini, raffigurano la creazione compiuta da Dio in 7 giorni. Nel 4° riquadro, quello centrale, incuriosiscono i 12 segni zodiacali. Nulla a che vedere con l’oroscopo, manipolazione editoriale dell’occidente, bensì riconoscimento da parte di Dio di 12 tipologie caratteriali umane, almeno a sentire la risposta del buon Padre Ireneo.

Il terzo giorno: “è resuscitato secondo le scritture, è salito al cielo e siede alla destra del padre…”, no niente di tutto questo, il terzo giorno l’io scrivente si ammala ed è costretta a lasciare prematuramente il bosco per far legna. La sera i miei compagni d’avventura vegliano le stelle, fanno un po’ di deserto spirituale e viene celebrata la messa, tutto quanto intramezzato da djembe e chitarre. Io spio dalla mia postazione febbricitante: il letto della mia camerata, poi il sonno prende il sopravvento.

Arriva il sabato, ci muoviamo da Prislop per vedere un paio di chiesette del tutto caratteristiche. La prima è del ‘400, interamente di legno, con chiave e serratura di legno, ma tutta affrescata. Dentro si sente l’umidità che penetra nelle ossa, la luce è poca e il soffitto sembra macchiato, poi una pila si accede e lascia intravedere ai nostri occhi sbalorditi, ieratiche immagini bizantine, sulla volta a botte. La seconda chiesetta è più recente, il sacerdote, lì da 37 anni, suona in nostro onore le campane, che consistono in 2 legnetti fatti vibrare dalla mano esperta con una tecnica particolare. All’interno affreschi, panche rivestite con stoffe arabescate e qua e là qualche cuscino colorato, ricamato con fili d’oro. Sul retro un piccolo cimitero.

Il sabato pomeriggio viene scosso da un racconto eccezionale, fatta da una persona che nasconde dietro l’apparente semplicità, un urlo incessante di giustizia e dignità per tutti quei bambini che hanno già conosciuto cos’è l’inferno su questa terra. Lei è Stefania, ma non basta a definirla, lei è “Mamma Stefania”, e questo epiteto la dice lunga. Italiana, ex insegnante di educazione fisica, scherza lei: 30 kili fa! La carta d’identità scaduta, all’attivo 4 case famiglia in Romania. Budget di partenza: € 0, amore infinito. Il racconto lei lo fa con la serenità sul volto, ma noi che ascoltiamo esterrefatti ci sentiamo inutili in confronto a quello che ha fatto lei, ci prende un nodo alla gola. Ora vi spiego il perché. Lei si è trovata in un orfanotrofio dalle condizioni igieniche inesistenti, tanfo d’urina talmente forte che prima di abituare le narici, è dovuta entrare e uscire almeno tre volte dalle vecchia “villa degli orrori”. Le bambine private della loro femminilità, i capelli corti, tutte uguali. Lavate in gruppo con un getto d’acqua fredda, denudate e addossate a una parete. Sotto i materassi carcasse di vecchi pezzi di pane, tenuti, là “in cassaforte”, per la paura di non mangiare. Là dentro si vive alla giornata, non sai mai quello che t’aspetta. Ogni stanza è provvista di bastone, con il quale si viene picchiati gratuitamente, quando meno ci si aspetta. Sentire certi racconti, fatti dal vivo, ti fanno odiare pizzi e merletti e falsità varie. Stefania parla di Dio come se fosse un suo amico, io, come credo anche gli altri giovanissimi, sono in perenne ricerca di uno stimolo per sentirmi più cristiana. Ha smosso molte coscienze, la Stefania dei miracoli terreni. Il pomeriggio si dilunga con la contemplazione personale, di ognuno di noi, di un’icona fatta dallo stesso pittore della chiesetta. Quell’icona è filosofia della fede, totalmente staccata dalla realtà. Il racconto di Stefania è teologia, una commistione perfetta di fede celestiale e riscontro terreno di amore e carità cristiana. Come tutte le cose belle piene di emozioni, di sentimento, di gite fuori porta e risate collettive c’è un momento in cui arriva il giorno conclusivo: la domenica mattina è interamente dedicata alla preghiera. Prima le lodi dette in cerchio tra di noi, poi la messa cattolica di rito orientale. Padre Ireneo s’impone per la barba rossa, il cilindro velato di nero sulla testa e la lunga tunica grigio perla arabescata. Tra i banchi di Prislop pochi uomini, le donne più giovani lasciano trasparire un’eleganza innata dai vestiti che non assomigliano per niente alla pallida moda di vestiti occidentali fatti in serie. Le donne più anziane si coprono il capo con un fazzoletto nero, o marroncino. I vestiti morigerati, i volti rigati dal tempo e dalla fatica dei campi, non rinnegano sorrisi a noi italiani invasori di tanta tradizione. Andare in Romania significa tornare indietro nel tempo, non vedere più gli agi e i consumi che per noi sono abitudine e quando si scorge qualche sprazzo di modernità (non mancano negozi della vodafone e minigonne per le strade) ci si ricorda di essere nell’anno domini 2006. gli occhi su quest’avventura si chiudono con una partita di calcio. Italia - Romania. Chi ha vinto? non è importante saperlo. Nei cuori si sa, c’è stato un ex aequo.

Carlotta Borasco - Ospedaletto Euganeo, 3 agosto 2006